20 aprile 2018

Sei stato intervistato dalla Rai 20, 30 o 40 anni fa? Allora rivediti!



Sei stato intervistato in un programma della Rai negli anni Settanta, Ottanta e Novanta e vorresti rivederti?

Attenzione, però. Non stiamo parlando di una semplice battuta pronunciata per strada ma di un'intervista di qualche minuto che Mamma Rai ti ha fatto al lavoro, a casa o nel tempo libero.



Se la tua apparizione in video ha questo requisito, inviami un messaggio indicando le tue generalità, il nome e l'anno in cui è andato in onda il programma. Aggiungi anche, se lo ricordi, l'argomento di cui hai parlato.

Perché? Perché potresti essere intervistato di nuovo, sempre da Mamma Rai, per commentare quello che hai detto 20-30-40 anni fa da bambino, adolescente o adulto.



E rivederti in Voxpopuli, il mio nuovo programma - al momento in preparazione - che andrà in onda da metà giugno su Raitre dal lunedì al venerdì alle ore 20.10, prima di Un posto al Sole.

Il programma, della durata di 20 minuti, racconterà come sono cambiati gli stili di vita degli italiani dal 1978 fino ad oggi.

Sarà una sorta di videobox-amarcord di taglio sociologico che ri-darà voce a quegli italiani intervistati dalla Rai in centinaia di programmi di attualità, dai servizi dei tg ai programmi dell'accesso, dalle rubriche del dipartimento scuola educazione agli approfondimenti giornalistici.



















5 aprile 2018

AmericaNapoli - 100 anni di film vesuviani tra Cinecittà e Hollywood



Qual è il primo film americano in cui si vede Napoli? Qual è il primo film italo-napoletano in cui si parla di 'Merica? Chi fu il più autenticamente anti-americano fra Totò e Eduardo De Filippo? Quanto c'è di vero e inventato nei film La Pelle di Liliana Cavani (dall'omonimo romanzo di Curzio Malaparte) e Il Re di Poggioreale sulla figura del camorrista Peppino Navarra? Perché Mario Merola fu invitato alla Casa Bianca dove ad attenderlo c'erano il presidente Gerald Ford e il Segretario di Stato Henry Kissinger? Chi è stato il miglior produttore napoletano (non è Dino De Laurentiis) a intortare gli americani? E' vero che Fellini avrebbe dovuto dirigere un film dal titolo Napoli - New York? Che cosa si portò da Los Angeles a Napoli in valigia l'attore Jack Lemmon per recitare nel film Maccheroni? Perché Julia Roberts ha usato una controfigura nella scena in cui mangia la pizza a Napoli nel film Mangia, Prega, Ama? Quale battuta del film Il talento di Mr. Ripley fece infuriare Fiorello? Cosa faceva tra un ciak e l'altro Vittorio De Sica sul set ischitano di Caccia alla Volpe? Cosa hanno fatto a Napoli Mark Twain e James Gandolfini alias Tony Soprano? Per quale motivo Jennifer Beals, l'eroina di Flashdance, impazzì d'amore per Massimino Troisi? Quale di queste tre cose ha fatto più danni al turismo di Napoli: la triade mefitica romanzo-film-serie Gomorra, l'agghiacciante Aitanic con Nino D'Angelo o i film partenopei e parte-terribili di Lina Wertmuller? Perché il pugliese d'origine John Turturro (emulo, a sua insaputa, di Renzo Arbore) è così innamorato di Napoli? 



Di tutto questo ho parlato nella conferenza-show dal titolo AmericaNapoli - 100 anni di film vesuviani tra Hollywood e Cinecittà  tenutasi mercoledì 18 aprile 2018 nelle sale del Palazzo delle Arti (PAN) di Napoli. 

L’evento è stato promosso dall'Associazione Culturale Musae di Carolina Giancotti e Francesco Carignani e presentato dalla giornalista Silvana De Dominicis.  Al termine della conferenza-show ha preso la parola il critico e giornalista Valerio Caprara per commentare il mio "documentario dal vivo".

Ma facciamo un passo indietro.




Il 16 dicembre 1796, in quello che era ancora il Regno di Napoli nasceva la più antica sede diplomatica degli Stati Uniti in Italia, la settima in tutto il mondo. 

Le relazioni commerciali tra Napoli e il Nuovo Mondo sono quindi di vecchissima data e furono anche culturali perché dalla Capitale del Sud partirono anche centinaia di artisti assieme ai milioni di emigranti meridionali che andarono alla volta dell'America tra il 1870 e il 1920. Musicisti, cantanti lirici, artiste di cafè chantant, e ancora impresari, maestri di canto e letterati sono alcune delle categorie di "skilled workers" che non ebbero problemi di visto per sbarcare a New York.


Ma questa infusione di napoletanità a New York non fu a senso unico. Solo gli storici della settima arte sanno che il cinema italiano muto dei pionieri era un'industria affermata che non aveva niente da invidiare a Hollywood. Napoli e Torino erano le capitali del cinema italiano e curiosamente nel capoluogo partenopeo si sviluppò un filone particolare di film legati ai movimenti migratori, da e per gli Stati Uniti. Nel 1924, il regista Eugenio Perego realizzò Vedi Napule e po' mori!, facendo già del meta-cinema perché raccontava la storia di Billy, produttore cinematografico americano, che giunge a Napoli per le riprese del suo film e per la parte di protagonista sceglie Pupatella, figlia di un'umile famiglia di pescatori. Il film è un grande inno alla napoletanità, in cui il binomio muto/musica trae dalla trama particolare ragion d'essere. Si tratta, infatti, quasi di un musical italoamericano ante litteram, che racconta il "sogno americano" di una bella napoletana, la figlia del popolo Pupatella, interpretetata da Leda Gys (al secolo Giselda Lombardi), diva del muto della stessa caratura di Francesca Bertini, mentre suo fratello è interpretato da un ancora adolescente Nino Taranto. Amori, gelosie, equivoci, passione e musica, in un intreccio di ambientazioni tra America e Napoli: questa la ricetta del grande successo del film, che innalzò Leda Gys a stella di prima grandezza.



La pellicola, prodotta dalla Lombardo Film (la futura Titanus), è persino a colori, con una gran varietà di virati, e rimane importante anche per la commistione con il genere documentario perché mostra le immagini rarissime del Festival di Piedigrotta in versione fascista del 1924. A raccontare la storia del film e contestualizzarne il periodo è (nella clip qui sopra) la docente e storica del cinema Giuliana Muscio - autrice del libro Piccole Italia, grandi schermi sul cinema dei migranti italiani negli Stati Uniti - durante una proiezione tenutasi nel giugno 2012 al Palladium di Roma con sonorizzazione dal vivo dell'orchestra dell'Università di Parma diretta dal maestro Luca Aversano.



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15 marzo 2018

Impara con me a raccontare per immagini







Tutte queste sono cose che puoi fare con un semplice smartphone e un computer.

Il primo ti serve per riprendere le immagini, il secondo per montarle.

Tutto quello che c'è prima, durante e dopo te lo spiego io seguendoti passo dopo passo.



Hai già in mente un tema o una persona da raccontare?

Bene se sì, ma anche se è no, rispondi a queste tre semplici domande:

Se la tua risposta è no a tutte e tre le domande, hai un dono che ti rende speciale: la curiosità. E poiché questa va alimentata ogni giorno attraverso incontri e letture, parla con me! Come? Invia un messaggio privato alla mia pagina di Facebook con la richiesta di prenotazione della lezione della durata di 1 ora su Skype o Whatsapp (se sei minorenne, devi inviarmi anche l'autorizzazione scritta di almeno uno dei genitori). La lezione ha il costo medio di quelle che si fanno on line e va pagata attraverso Paypal.

Le mie lezioni si rivolgono a studenti nerd, insegnanti carismatici, lettori onnivori, casalinghe-manager, professionisti monotasking e pensionati diversamente giovani che vogliono imparare a comunicare in maniera più efficace e trasformare questa attività in un lavoro appagante e remunerativo. 

Sì, perché formare, informare, educare e insegnare attraverso le immagini non sarà ma è già un lavoro del presente e a maggior ragione sarà di fondamentale importanza nei prossimi anni.

Nel corso della lezione, ti fornirò una serie di consigli e suggerimenti su come procurarti occasioni di lavoro presso enti ed aziende attraverso brevi e semplici video-racconti. Ti fornirò, inoltre, materiali didattici in pdf.


LAVORI DI OGGI E DOMANI: CHI E' E CHE COSA FA IL RACCONTATORE A DOMICILIO

Negli ultimi anni in diversi paesi del mondo (dalla California alla Svezia fino in Giappone) sono nati dei network di professionisti che raccontano in case private storie curiose e divertenti legate (ma non necessariamente) alla propria attività, solo per il gusto di comunicare, nel senso etimologico del termine che significa “mettere in comune”. 

Di che cosa si tratta in sostanza? Un gruppo di persone - da un minimo di 15 a un massimo di 30 - si riunisce in una casa, con un salone sufficientemente ampio, per ascoltare un racconto di 90 minuti supportato da foto, immagini e talvolta accompagnamento musicale. Gli spettatori sono spesso invitati a leggere brevi frasi legati al racconto in modo da creare un coro che partecipa attivamente al rituale della comunicazione, visto in questo caso come arricchimento del proprio bagaglio culturale. 

Da qui l’idea dei dopocena per la mente, che si svolgono il sabato o la domenica pomeriggio dalle 21 a mezzanotte.  A dispetto del nome, non c'è niente di new age o peggio ancora di life coaching ma solo la voglia di sprofondare in altri mondi. 


Secondo un sondaggio interno a questo network, le categorie di professionisti più richieste sono le seguenti: architetto, magistrato, antropologo, storico dell’arte, chirurgo

A queste seguono una serie di discipline tra le più disparate, tra le quali rientrano anche le mie attività di regista, sceneggiatore, storico dei mass-media e da qualche tempo di “raccontatore itinerante” su come il cinema italiano ha rappresentato gli Stati Uniti. 

Oltre a scuole, fondazioni, università e aziende, questi racconti possono costituire anche una forma di "teatro in casa", su richiesta di quei proprietari che hanno uno spazio sufficientemente grande e un congruo numero di amici e conoscenti ai quali regalare una serata speciale. Il costo a persona è molto contenuto, pari a quello di un aperitivo, al quale si può rinunciare una volta tanto per imparare qualcosa e gustarsi invece un bel bicchiere di vino - non diciamo calice, please! - offerto gentilmente dal padrone di casa e maestro di cerimonia. 

Il mio tema di partenza Gli americani nel cinema italiano è molto ampio e trasversale e mi permette di parlare di differenze culturali attraverso storia, letteratura, sociologia, design, arte, cibo, moda e business. Non mancano i sottoargomenti un po’ più pepati: il razzismo, cioè come gli italiani giudicano gli altri gruppi etnici (ebrei, cinesi, neri) e sono giudicati dagli altri; il rapporto con l’amore e il sesso; le caratteristiche della comicità italiana messa a confronto con quella anglosassone; le radici italiane e l’influenza della musica italiana nella storia dei generi jazz-pop-rock degli Stati Uniti.










21 febbraio 2018

How Italian Movies Portray Americans?



Is the history of ethnic prejudices really the same for everyone in the United States? If all Muslims are terrorists like Osama Bin Laden and the Jews are all greedy like Bernie Madoff, Italians are obviously all mobsters like Al Capone.

Wops, dagoes and guineas are some of the epithets once used in the United States against Italian immigrants. Stereotypes are still alive and everlasting. In addition to the categories of garlic eaters and snatchers, there are the pinch-butt greaseheads, in other words the harmless and rude womanizers. That originated from the myth of the Latin lover Rudy Valentino, and finds it new glory in the working class king of the dancefloor Tony Manero (John Travolta, star of Saturday Night Fever). And last but not least, there’s Guido, the derogatory nickname that Italian Americans of new generations are called.


Guidos and Guidettes are the epitome of Italian caricature and the exaggeration of the popular classes. For them, life is above all for sustaining and sculpting muscles, using bad words and having lots of sex. MTV America has dedicated a reality show to this tribe called Jersey Shore. It aired in 2009 with high ranking, a year after the first Italian-American reality show entitled That's Amore (2008) with the typical disrespectful lover Domenico Nesci. 


Beside the figure of the Latin Lover, another stereotype is still live: the mafioso. From Scarface in the 30s, to the dramedy mob-saga of The Sopranos in the 2000s, through the 70s milestone The Godfather, Italian mobsters have always been a mix of glamour and stupidity, violence and sweeteness--perfect for cinematic plots. After all, gangster movies are to western movies as mobsters are to cowboys: both American heroes.



Latin Lovers and mafioso stereotypes mark a century of cultural differences among Italians, Italian Americans and US people in general. This is the world, these are the cultures and the races according to Hollywood.

In  recent years, however, something changed. Hollywood is more sensitive to Chinese people due to their massive audience and toward African-Americans due to the political correctness. But just for the Italians and Italian-Americans they insist on using the usual stereotypes of 4 (the 4 M's): Mamas, Mafia, Macaroni and Mandolins, even though the image of Italians has changed in recent times thanks to excellence in the fields of fashion, design and cuisine worldwide.

But what would happen if people from the US were mocked for a time? Italian cinema did it many times during its golden years from 50’s to 70’s.



Stubborn army generals, dumb blondes, spoiled wealthy fat women, greedy gangly corporate men, CIA agents that pitilessly torture, racist urban and rural cowboys, negro servants, charitable and drunk soldiers, silly Italian American mobsters, doped up old hippies, dogmatic Protestant preachers, tacky and uneducated tourists.

They are just some examples of recurring stereotypes of US people portrayed in hundreds of Italian movies. Regarding this topic, I’m currently working on a live documentary I’ll tour the United States in 2018 in schools, universities, foundations, cultural institutes and associations. It's a sort of hybrid between a stand up comedy show and an academic dissertation. I'll tell funny anecdotes about cultural differences between Italians and Americans, taking inspiration from Italian films.



It will be a long journey through history, emigration, racism, sex, violence, music and comedy with a peculiar standpoint: Italian cynicism. Indeed, we adopted Hollywood stereotypes in our movies but “pimped them out,” so more sex, more violence, and above all more political incorrectness and never with traditional Happy Endings. The main goal of this live documentary is to better understand how Americans and Italians, with their respective prejudices, judged other countries.

In the Silent Age Movies and Fascist Era, stereotypes about the United States reflected the values of the time. America was imagined as an exotic and sprawling El Dorado, populated by giant cowboys, wild Indians, negro servants, Latin gangsters (but never Italians due to the domestic censorship), platinum-blonde haired women in evening dresses and rich capitalists who always smoked cigars with whiskey glasses in their hand.


Everything changed with the arrival of the Allies in 1943. The Italians saw Americans in person for the first time. They gifted chocolate, cigarettes and nylon stockings to little shoe-shiners and poor girls. Several Neorealism films directed by Rossellini, De Sica and other filmmakers depicted this difficult time with a critical look. In addition to the "war bride" phenomenon, there were also Black soldiers who made children with Italian women and were treated as equals when they were still victims of racial segregation in the United States through the 60's.

Since the 1950s, there were numerous crosses, exchanges and influences between American and Italian movie industries. From “The Hollywood on the Tiber,” based on biblical colossal movies and B-series "sandals" and "peplum" movies, to Oscar winners like Federico Fellini, Anna Magnani and Sophia Loren. From Sergio Leone's world-wide spaghetti-western successes to hundreds of American films shot in Italy, from William Wyler's Roman Holiday to Woody Allen’s To Rome with Love.


All the greatest Italian filmmakers have, at least once, been involved with US topics and places. In addition to the already mentioned De Sica and Rossellini, there are Fellini, Antonioni, Pasolini, Rosi, Petri, De Filippo, Monicelli, Lizzani, Montaldo, Scola, Salce, Ferreri, Bertolucci, Cavani, Wertmuller and more recently, Tornatore and Sorrentino. Not to mention the amusing jokes against American capitalism and consumerism by comedians Totò, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Monica Vitti and Paolo Villaggio.

And there were also interesting and unusual Italian documentaries about America during the civil rights struggles in the 60’s and 70’s. These films reflected the ideologies of their authors in the context of those times: Catholic-pacifist (Cesare Zavattini, Mario Soldati), extremist left-wing anti-American (Ugo Gregoretti, Giuseppe Ferrara, Andrea Frezza, Paolo Pietrangeli), Marxist-pro Third World (Antonello Branca, Ansano Giannarelli), nostalgic-conservative (Luigi Barzini Jr., Giovanni Guareschi), and anarchist-libertarian with the genre of Mondo-movies directed by Gualtiero Jacopetti, Tinto Brass, Giancarlo Fusco and Italo Calvino -- the last of which wrote the far-sighted script of America's Country of God in 1965.


The end of the 70’s marked the sunset of the golden age of Italian cinema with the systematic exploitation of all those US subgenres. Many of these movies were trashy remakes and coarse parodies, populated by cop killers, aliens, zombies, and cannibals.

Over the last 30 years, there have been a few rare Italian films set in the present. On the one hand, the new wave of the Italian educated migrants in the US has been anticipated in the movies: Lontano da dove (Far from where), Un tassinaro a New York (A taxi driver in New York) and My name is Tanino. On the other hand, many Italian directors avoided telling authentic stories. Rather, they preferred to look back at the past with nostalgia and bootlicker operations for the American market. The reference can only go to Oscar-winning Tornatore for Nuovo Cinema Paradiso, Salvatores for Mediterraneo, Troisi for Il Postino (The Postman, in which the prize went to the music, but he was also nominated for best film), Benigni for Life is Beautiful and Sorrentino for The Great Beauty. The latter film was in fact an unrecognized remake of La Dolce Vita (The Sweet Life).


Doing my research, I realized that Italians were the first ethnic group to be shown as protagonist in Hollywood movies and not just in secondary roles. They have been exploited as have been African Americans and Asians, but unlike them, Italians were considered “white.” At least, the Northern ones were. The more dark-skinned Southern Italians were not included among the Caucasians, but Hollywood exploited their emotional and cinematic tools. Indeed, the mafioso, the singer and the latin lover set the stereotypes since the Silent Age.

Therefore, Italians have always been present in Hollywood movies as heroes / anti-heroes (from Scarface to The Godfather from Saturday Night Fever to The Sopranos) and in thousands of character roles (almost always negative: short, fat, ugly, sweaty, sloppy from the pimp to the waiter, from the drug dealer to the policeman). 


By the way, during my show I'll also screen recent examples of Hollywood stereotypes from movies and TV shows of the last decade to prove that Italians - in my opinion - are the only group to still be depicted in stereotypical ways, probably because the Italian anti-defamation league is weaker than those of Jewish, Black and Asian peoples.

Actually, there is another ambiguous implication about this. In many cases, Italian American writers-producers-directors were themselves responsible to exploit the stereotypes of their ethnic group. Mario Puzo, Gay Talese, Francis Ford Coppola, Garry Marshall (real name: Masciarelli), Nicholas Pileggi and Martin Scorsese are great artists who made a lot of money but rarely took these stereotypes to another level. After all, there have been extraordinary examples of Italian Americans never portrayed in a movie like Fiorello La Guardia (the incorruptible politician who fought against Lucky Luciano), Philip Zimbardo (the psychologist, known for the Stanford prison experiment) and Vito Russo (the first Italian American gay activist).



In the end, after analyzing 100 years of Italian cinema, what conclusions can we draw about the US people?

It has been a big battle that has lost both Italians and Americans.

Movies are mainly a commercial product and not a tool to understand peoples, so both Italian and American movie industries have cynically exploited their stereotypes rather than analyze cultural differences with humor and real anthropological interest.




Because both movie industries have been entrenched in a century of history smiles and songs, applause and laughters, kisses and slaps, hugs and insults, hands on the butt and bombs, I also thought to create the "Golden Moron" prize to award the worst Italian and American films that represented the two peoples, reducing them to postcard stereotypes.

The award aims to stimulate Hollywood TV producers, screenwriters and directors to "study more" and at least play with stereotypes, focusing on more intelligent solutions and stories, such as in the comedy A Fish called Wanda where Americans insult the British, magnifying the Italians...




This live documentary is a new format created by me that mixes sociology, history and mass media through stand up comedy and academic remarks. 

The show will take place in the US among all scholars and lovers of Italian and American history, for future reference, with the help and support of the various cultural Italian and American institutions in Italy and the United States.

The length of my live doc is flexible and I have material for an entire school semester. I analyzed thousands of Italian movies and documentaries, shot in all the big US cities (New York, Boston, Miami, New Orleans, Chicago, Dallas, Houston, Las Vegas, San Diego, Los Angeles, San Francisco), classic American landmarks (from Death Valley to Disneyland) and other places less known to Europeans, for instance the Appalachians, Davenport (Iowa) and Saint Louis in Missouri.

They will be shown: in their original English version (many Italian movies were originally shot in English), dubbed version in English or Italian with English subtitles.

If you would like to have more details, send me a message on my Facebook page.

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1 novembre 2017

Non solo Kansas City: Alberto Sordi, un romano in America da Ollio a Kissinger



Da dove nasce l’ossessione per gli Stati Uniti di Alberto Sordi? Fu davvero lui a inventare la voce di Oliver Hardy? A chi si ispirarono gli sceneggiatori Lucio Fulci e Sandro Continenza per il personaggio di Nando Moriconi di Un americano a Roma? Come mai non andò in porto il progetto di fare un sequel con Un romano a New York? Cosa hanno imparato gli studenti Robert De Niro e Dustin Hoffman vedendo i film di Sordi all’Actors Studio? E soprattutto: Sordi è stato un inguaribile filo-americano o al contrario un acerrimo anti-americano?

Di tutto questo si è parlato nella conferenza-show dal titolo Non solo Kansas City: Alberto Sordi, un romano in America da Ollio a Kissinger ternutasi il 13 novembre 2017 nella Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati a Roma.


Alberto "Henry" Sordi

L’evento, promosso dalla Fondazione Italia Usa, ha reso omaggio al grande attore romano facendo conoscere al grande pubblico storie, curiosità e aneddoti legati al suo rapporto con gli Stati Uniti: dal concorso da lui vinto nel 1937 per doppiare Oliver Hardy al film mancato del 1975 nei panni del Segretario di Stato americano Henry Kissinger.

La storia dell’italiano Sordi può infatti essere intrecciata con molti grandi eventi che hanno visto protagonisti italiani e americani nel Novecento: la Grande Guerra (Addio alle armi), l’armistizio dell’8 settembre 1943 (Tutti a casa), l'arrivo degli alleati (Polvere di Stelle), la passione di Nando Moriconi per tutto ciò che è yankee negli anni della Ricostruzione e del Piano Marshall (Un Americano a Roma), il consumismo e il capitalismo americano a confronto con la civiltà contadina e neo-industriale italiana del boom in altri numerosi film. Dal venditore di bambini (Il giudizio universale) al mafioso brianzolo e piccolo borghese alle prese con il gangsterismo newyorchese (Mafioso), dal latin lover (I tre volti, Venezia, la luna e tu) al caso umano televisivo (Un italiano in America); e ancora: il miserabile che gioca a scopa con la miliardaria Bette Davis (Lo scopone scientifico), l’industriale misogino contrario all'emancipazione delle donne americane (Io e Caterina), l’uomo medio che critica l’invadenza di “Dallas” (Il tassinaro), il faccendiere che gioca con l’alta finanza internazionale (Assolto per aver commesso il fatto).


Albertone con Woody Allen e Andy Warhol

Tra film girati, progetti rimasti nel cassetto, vacanze e viaggi di lavoro, retrospettive e omaggi da New York a Los Angeles, quella di Sordi negli States è una storia altrettanto divertente e ricca di particolari poco conosciuti che sono stati svelati nel corso della conferenza, moderata dal giornalista Giampiero Gramaglia, da Luca Martera, documentarista tra Italia e Stati Uniti, attraverso sequenze tratte da film, cinegiornali e interviste.


Clicca qui per leggere l'articolo di Filippo Ceccarelli per il Venerdì di Repubblica sulla conferenza-show.



Per richiedere il racconto-show su Alberto Sordi e gli Stati Uniti per scuole, università, aziende, associazioni, fondazioni e abitazioni private, leggi qui.







27 ottobre 2017

Americanismo e Antiamericanismo nel cinema italiano: Il Caso Mattei e la morte di Pasolini



                                                                                  Al centro, Furio Colombo e Gian Maria Volonté


“Io faccio affari con petrolieri, non venditori di petrolio”. La frase-lapide è del miliardario texano dal volto pingue e roseo (vagamente maialesco) che così sprezzantemente liquida Enrico Mattei durante una colazione di lavoro. Piccato, il fondatore dell’Eni, attraverso il suo interprete, gli ordina di tradurre in inglese alla lettera: ”Questo colloquio se lo ricorderà per tutta la vita, parola di Enrico Mattei”. L’interprete, diplomatico, saluta il petroliere e il suo assistente, dicendo: “Temo che l’affare sia saltato. Arrivederci signori”.

Questa scena è tratta dal film del 1972 di Francesco Rosi “Il caso Mattei” dedicato alla vita di Mattei, interpretato con la solita abilità mimetica da Gian Maria Volonté. A far da attore-traduttore nel film fu Furio Colombo, giornalista, scrittore, americanista e parlamentare della Repubblica, presente alla conferenza-show "Chi vuò fà l’Amerikano? - Un secolo di Stati Uniti attraverso il Cinema Italiano” che si è tenuta lunedì 23 ottobre al Centro Studi Americani di Roma.


Colpi di stato, opposti estremismi, servizi deviati, cadaveri eccellenti e la solita CIA che manipola tutto e tutti. Il film di Rosi, col senno di poi, si presta a tante, forse troppe, letture ex-post. Alla domanda, rivolta dal curatore dell’evento Luca Martera all’ex direttore dell’Unità Colombo, sul perché Rosi abbia scelto di realizzare un film che - visto oggi - sembra finanziato dall’Eni per raccontare la lotta di uno uomo solo contro tutti, Colombo ha precisato: “La storia di Mattei riguardava un pezzo di Italia contro un altro pezzo d’Italia e l’omicidio del giornalista De Mauro (che aiutò Rosi nelle ricerche per il film) non può essere collegato all’omicidio Pasolini. A Rosi piaceva curare più l’aspetto formale costruendo un puzzle che doveva lasciare volutamente molti punti interrogativi”. Come molti ricorderanno, Pasolini aveva da poco finito di girare “Salò” nel 1975 e da qualche anno stava lavorando al romanzo uscito postumo “Petrolio” che, per molti, sarebbe la vera ragione della sua morte poiché in alcune pagine - all’inizio ritenute perse ma poi rese note dal senatore ora in galera Marcello Dell’Utri - Pasolini parlò di P2, quando ancora non si sapeva cosa fosse, indicando nel successore di Mattei all’Eni, Eugenio Cefis, il fondatore della loggia massonica nonché il mandante dell'omicidio Mattei in combutta con i servizi segreti americani.

Ma, oltre a Rosi, come hanno raccontato gli Stati Uniti quei registi, produttori e sceneggiatori che hanno fatto grande il cinema italiano? Così Martera: In Italia, siamo sempre stati divisi su tutto e quindi anche in questo ambito si sono sviluppate correnti filo-americane e anti-americane di centro, destra e sinistra. Poi, a guardare bene, ci fu molta cautela da parte di molti “maestri” perché nel periodo d’oro i film italiani facevano il giro del mondo ma la distribuzione restava in mano agli americani. Ad inquadrare bene il fenomeno con il suo proverbiale cinismo fu Alberto Sordi, che così volle rassicurare quel giovane Sottosegretario allo Spettacolo di nome Giulio Andreotti sulle sorti del nostro cinema negli anni di Scelba e del Piano Marshall: “Vanno ai comizi dei metalmeccanici, ma se poi i produttori non li pagano in nero e in Svizzera, i film non li fanno”. Come dire, cuore a sinistra e portafoglio a destra, ieri, oggi e domani.


E ancora: l’interpretazione nei panni di un simil-Cupido di Benito Mussolini nel film muto americano “La città eterna”, il film su Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo che fa riaprire l’inchiesta negli Stati Uniti sui due anarchici che riescono ad ottenere la riabilitazione nel 1977, il finale del film del 1975 di Giuseppe Ferrara “Faccia di spia” che mostra le due Torri Gemelle coperte da un fiume di sangue a significare la commistione tra gli affari di Wall Street e gli eccidi nel mondo made in CIA.

Di questo e molto altro ancora si è parlato nella conferenza-show ideata da Martera e promossa nell’ambito del Festival Diplomacy diretto da Giorgio Bartolomucci, in collaborazione con la rivista di cinema Sentieri Selvaggi. Qui di seguito la playlist con alcuni estratti dalla conferenza durante la quale l'autore, in base all'art. 70 della legge sul diritto d'autore, ha fatto uso di citazioni cinematografiche per finalità di critica, analisi e discussione.


Al termine della conferenza il critico cinematografico Simone Emiliani ha chiacchierato con Martera su come i registi italiani hanno raccontato gli Stati Uniti negli ultimi anni e il discorso non è potuto che cadere sul produttore americano Harvey Weinstein, il cui ruolo è stato fondamentale per far ottenere gli Oscar ai film italiani “Nuovo Cinema Paradiso”, “Il postino”, “Mediterraneo” e “La vita è bella”. A proposito del film di Benigni, all’epoca del tour promozionale negli Stati Uniti, il regista toscano fu preso in giro dal programma satirico di Mtv “Celebrity Deathmatch” che vedeva scontrarsi in una lotta all’ultimo sangue personaggi famosi riprodotti in plastilina. Come avversario di Benigni, Mtv scelse Benito Mussolini, definito nella scheda di presentazione come colui che mandò al macello gli italiani, invase l’Etiopia e fu amico di Hitler. Descrizione di Benigni: massacratore di lingua inglese, invasore di spazio personale altrui e amico personale di Harvey Weinstein...


Per richiedere il racconto-show sugli Americani nel Cinema Italiano per scuole, università, aziende, associazioni, fondazioni e abitazioni private, leggi qui.